
Il desiderio di Emma
Prologo
Fino a qualche tempo fa, credevo che certe pratiche sessuali fossero riservate soltanto a gente ricca e viziosa, che per evadere dalla noia si abbandonava a piaceri eccessivi, a volte perversi.
Quanto di più sbagliato!
E io allora? Io che ricca non sono, come mi ritrovo in questa suite da duemila ottocento euro a notte, in uno degli alberghi più lussuosi di Roma, pronta a vivere una delle fantasie più trasgressive che mi sia mai venuta in mente di realizzare?
Sono seduta sul piccolo scanno di morbido tessuto bordeaux, posto poco lontano dal letto. Da quando sono arrivata, non faccio altro che guardarmi attorno affascinata, e anche un po’ intimorita, dal lussuoso arredamento in stile Impero che mi lascia a bocca aperta.
L’unica cosa che sfigura con questo sfarzo eccessivo è il mio tubino nero acquistato ai saldi all’outlet.
Questa mattina quando mi sono specchiata, l’abito mi è sembrato insignificante così ho deciso di valorizzarlo con la parure in perle bianche regalatami da mia nonna per i miei diciotto anni. La indosso oggi per la prima volta; troppo classica per i miei gusti, mi dà l’aspetto di una signora, mentre dentro, ahimè, mi sento ancora una ventenne.
Un tocco di sfrontata femminilità e di lusso deriva dai sandali in argento di Sergio Rossi, bellissimi, eleganti e molto sexy, con le fascette intrecciate e doppio cinturino alla caviglia, tutto tempestato di strass.
Quando ero passata dinanzi alla vetrina del negozio in via Frattina, qualche giorno fa, i miei occhi erano stati immediatamente catturati da quello scintillio fine e signorile. Me ne ero innamorata all’istante. Senza indugio ero entrata e avevo chiesto di provarle.
“Quanto vengono?”
La domanda era rivolta alla commessa alle mie spalle, mentre mi osservavo allo specchio.
“Cinque centosettantacinque euro.”
A momenti svenivo. Era una cifra per me folle, ma non avevo dato a vedere il mio turbamento, anche perché lei aveva pronunciato il prezzo con una punta di malevola soddisfazione, come a significare che tanto non me li sarei potuta permettere.
Avevo silenziosamente ingoiato la saliva e con aria altezzosa le avevo risposto: “Ah, così poco… li prendo!”
Brutta stronza, ma chi si credeva di essere! Sembrava quasi fosse lei la proprietaria del negozio. Avrei tanto voluto dirle: “Scendi dal piedistallo tesoro; scommetto che anche tu fai fatica ad arrivare alla fine del mese come la maggior parte di noi mortali.”
Invece, le avevo rivolto uno dei miei sorrisi da premio oscar mentre passeggiavo su e giù con quei gioielli ai piedi; visto quanto stavo per pagarli volevo almeno essere certa che fossero confortevoli.
Solo dopo essere uscita dalla boutique, avevo realizzato di aver speso un terzo dei miei due stipendi messi assieme e mi ero subito pentita.
Tuttavia, pensando all’occasione in cui avrei dovuto indossarli, mi ero perdonata, ed euforica come una bambina, mi ero abbracciata la busta con i miei preziosi sandali dentro.
Ho sempre amato le scarpe, mi piace averne tante, ma certamente non ho mai speso una cifra del genere solamente per acquistarne un paio.
Ora che sono qui e li rimiro ai piedi, mi rendo conto di aver fatto bene a compiere quella pazzia perché, vi sembrerà strano, ma questi sandali così raffinati e molto seducenti, mi trasmettono una grande sicurezza. I dodici centimetri di stiletto sotto i talloni m’inebriano, facendomi sentire una donna ammaliatrice e provocante, in grado di turbare la mente degli uomini e tenerli al laccio.
Riesco a udire le loro voci nel soggiorno, nonostante cerchino di parlare a voce bassa.
Sono stati informati che io sono già qui; lo so, me l’ha detto lui, perciò non vogliono farsi sentire. Speranza vana la loro. Non sanno che la consapevolezza di ciò che sta per accadere ha allertato tutti i miei sensi e pertanto nulla può sfuggirmi.
Tuttavia non ho sentito bussare alla porta.
Forse hanno comunicato telefonicamente, oppure le pareti spesse e i sessantacinque metri quadrati su cui si sviluppa l’appartamento, hanno fatto sì che non mi giungesse alcun rumore.
Il soggiorno, invece, è adiacente alla camera da letto dove mi trovo, ecco perché ora riesco a carpire le loro parole.
“Sei sicuro che sia consenziente?”
La voce mi giunge ansiosa, inquieta e sconosciuta.
“Su ragazzi, mi conoscete. Vi sembra che io sia un uomo che obbliga una donna a fare qualcosa contro il proprio volere?”
Questa invece la riconosco, è di chi mi ha travolto il corpo e l’anima, diventando la mia ossessione, il mio desiderio segreto e folle.
“Tu sei un gran figlio di puttana! Sicuramente il diavolo ti dà una mano a sedurre le donne, altrimenti non si spiega come fai a essere sempre così pieno di fica, considerato che non sei neppure questa gran bellezza” dice un altro uomo, con un tono derisorio che m’infastidisce.
Sono proprio curiosa di vedere l’adone che ha pronunciato questa frase; sicuramente non deve vederci molto bene oppure è invidioso.
Forse il mio uomo non sarà un gran figo, ma è comunque molto affascinante ed è colui per il quale farei pazzie, anzi, per il quale ne sto già facendo.
Per me è bellissimo e non sopporto sentirne parlare in questi termini.
David scoppia in una breve e aperta risata che mi scalda il cuore… e non solo.
“Tranquilli, ve l’ho già detto, è una delle sue fantasie proibite, me l’ha chiesto lei.
E poi tra qualche minuto, quando la vedrete, vi renderete conto che non è una che può essere comandata in alcun modo, tranne che a letto e… tranne che da me, naturalmente.”
È come se lo vedessi quel sorrisetto sfrontato e altezzoso con cui chiude la frase, e sorrido a mia volta.
Il suo tono è soddisfatto e possessivo mentre pronuncia le ultime parole. Sembra calmo, ma io so invece quanto stia fremendo per veder realizzato questo mio desiderio che è divenuto anche il suo.
Quando gliene parlai tempo fa, rimase sconcertato dalla mia audacia; lui avrebbe voluto soltanto un secondo uomo, sono stata io a insistere.
Se proprio devo dare libero sfogo alla mia anima puttana, allora voglio sperimentare la mia fantasia più oscena, quella per cui molti mi giudicheranno sicuramente male ma che per me ha invece il significato di un atto di libertà e d’amore verso me stessa.
So anche che la sua sicurezza, in questo momento, è solo apparente, perché lui non può prevedere quale sarà effettivamente la mia reazione, una volta che dall’immaginario si passerà alla realtà.
“Va bene, ma che dobbiamo fare? Come dobbiamo comportarci? Dicci qualcosa di lei. Che tipo è? Che cosa le piace?” torna a chiedere il primo, quello ansioso.
Sento il tintinnio dei bicchieri e mi scappa un altro sorriso.
Forse stanno bevendo qualcosa di forte per rilassarsi oppure stanno già brindando per festeggiare in anticipo l’esito soddisfacente di questo rendez-vous erotico, ma non sanno che a brindare, poi, sarò io. Non si rendono conto che le vittime sono loro, vittime dei loro piaceri e desideri lascivi e vittime delle mie voglie indecenti.
“Non vi preoccupate, deciderà lei. Sarà lei a farvi capire o a dirvi esplicitamente cosa vuole che facciate” ribatte il mio uomo con tono deciso.
Io? Io ho soltanto immaginato una situazione e certamente non ho la più pallida idea di come potrebbe svilupparsi nella realtà un incontro di tal sorta.
La mia unica certezza, in questo momento, è che non mi fermerò.
David ha solleticato il mio eros più profondo facendomi desiderare la realizzazione di fantasie sessuali immorali, finora confinate dentro la mia mente. È stato lui, con le sue parole oscene e forti, a suscitare in me certi appetiti che poco si sposano con il mio aspetto angelico e soave e che ora incalzano per essere soddisfatti. In realtà sono tutt’altro che un angelo e presto lo scoprirete.
Vedo la maniglia della porta che si abbassa e il mio respiro si blocca all’istante. Per qualche secondo tutto si ferma, anche il sangue smette di scorrere nelle vene, fino a che non vedo il suo volto.
“Emma, tesoro, ti presento i miei amici, quelli di cui ti ho parlato.”
Con la Marlboro tra le dita e la sua aria tranquilla, m’indispettisce. Sta cercando di mettermi a mio agio. Lui mi conosce, sa molto bene quanto io possa essere imbarazzata in questo momento.
Lo guardo fisso negli occhi, il mio cuore riprende a battere di nuovo e l’aria torna lentamente a riempire i polmoni. Emetto un debole sorriso e rivolgo lo sguardo ai due uomini che entrano subito dopo di lui.
Non mi sento più tanto sicura di me come poco fa. È vero che da quando lo conosco sono diventata più sfrontata, ma vederli tutti e tre insieme mi destabilizza leggermente.
Che cosa dovrei fare ora? Alzarmi in piedi? Mi è stato insegnato che una vera signora dovrebbe restare seduta e aspettare che siano i rappresentanti di sesso maschile ad avvicinarsi a lei, ma in questa situazione non è che io mi senta proprio una signora, quindi?
Dovrei forse andare verso di loro per porgere la mano, come se fossimo... che so… a un incontro amichevole e io dovessi presentarmi? Come se questo fosse il nostro appartamento e loro due i nostri ospiti che si fermeranno a pranzo con noi?
Sappiamo benissimo tutti e quattro che non è così, quindi il tentativo di David di far apparire la situazione come normale, mi sta facendo leggermente incazzare; mi sembra quasi che mi stia prendendo per il culo.
Del resto, però, cosa dovrebbe dire?
“Tesoro, questi sono i due che tra qualche minuto, assieme a me, ti faranno godere come non hai mai fatto in vita tua. Verrai talmente tante volte che…” … ma che cavolo sto pensando!
Mi rendo conto che, pur essendo la verità, queste non sarebbero di certo le parole che mi metterebbero a mio agio facendomi rilassare.
La stanza è grande, ma sembra che loro tre la riempiano troppo facendomi quasi mancare l’aria.
Che cosa mi sta succedendo? Mi sta forse per venire un attacco di panico? Proprio ora?
No, non è possibile!
David si accorge della mia difficoltà e l’espressione preoccupata che vedo allargarsi sul suo viso m’intenerisce, smorzando un po’ della mia ansia.
Allora mi faccio forza; inspiro ed espiro due, tre volte, in maniera profonda e lenta, cercando di calmarmi.
Gli sorrido per tranquillizzarlo, mentre recito l’Om dentro di me, ripetendomi che sono stata io a desiderare questo incontro, sono stata io a spingerlo a organizzare tutto questo e ora non posso certo tirarmi indietro, soprattutto non voglio tirarmi indietro.
Nell’ultimo mese ne abbiamo parlato a lungo, vi abbiamo fantasticato sopra talmente tanto che mi sembrava di essere pronta, ma un conto è immaginare, un altro è praticare!
Nella fantasia mi ero vista come Valeria Messalina dagli insaziabili appetiti, pronta a vivere le situazioni più dissolute e trasgressive, nella realtà, invece, mi sto sentendo di nuovo l’inerme verginella, timida e ingenua al suo primo approccio sessuale. Eppure non posso di certo dire che negli ultimi dieci anni io abbia vissuto una vita da puritana. Il sesso mi è sempre piaciuto e non me lo sono mai fatta mancare.
Osservo con attenzione i due sconosciuti che si sono piazzati ai lati del mio uomo, come se fossero due guardie del corpo. Quello di destra sembra più giovane di David, con il fisico tonico e prestante. Il suo corpo è atletico e ha uno sguardo insolente che mi piace, ma nello stesso tempo m’irrita. L’altro invece, deve avere qualche anno in più e ciò che mi colpisce è l’eleganza del suo abbigliamento unita all’espressione dolce dipinta sul viso, che me lo fa apparire come il più tranquillo dei tre. Indossa un completo grigio scuro che gli calza a pennello; di sicuro se l’è fatto cucire su misura in qualche sartoria di lusso.
Anche David ha addosso un bellissimo vestito blu, che gli dona un aspetto distinto e raffinato, ma la sua espressione è tutt’altro che mite. Lui m’inquieta e mi eccita… come sempre, del resto.
Non c’è che dire, tutti e tre puzzano di soldi lontano un miglio. Pensare che le persone ricche non mi sono mai piaciute! Le ho sempre evitate, troppo lontane dal mio mondo fatto di sobrietà e modestia.
Sembrano molto sicuri di sé. Si vede che sono uomini abituati a muoversi con competenza nel mondo degli affari e nella società, eppure l’accuratezza con cui ora li sto ispezionando li sta mettendo a disagio e ne sono compiaciuta; che non pensino di avere a che fare con una gattina docile e sottomessa, pronta a ogni loro desiderio. Chi comanda qui sono io!
Lo devo ricordare prima di tutto a me stessa, se non voglio che questo inopportuno senso di panico prenda di nuovo il sopravvento, facendomi assumere l’aspetto di una vittima sacrificale. Diamine, del resto posso anche concedermelo un po’ di pudore tardivo, visto ciò che sto per fare.
Soffermo l’attenzione sul mio uomo; mi accorgo che ha lo sguardo torbido e questo mi accende i sensi, facendomi tornare più sicura di me e padrona della situazione.
Abbasso gli occhi sul suo inguine e sorrido, immaginando il suo cazzo già duro e pronto a divertirsi.
È proprio un porco pervertito, il mio amore; è già eccitato al solo pensiero di ciò che avverrà. Non vede l’ora di osservarmi in balia del piacere più totale, di vedermi posseduta in maniera più completa.
Rialzo lo sguardo su di lui, fissandolo con sfrontatezza, con sfida, quasi a dirgli: “Ti farò vedere io di cosa sono capace. Saprò soddisfare il tuo porco desiderio superando ogni tua più remota aspettativa e ti dominerò con il piacere.”
Ce ne stiamo tutti e quattro fermi; io seduta su questa poltroncina che sta diventando sempre più scomoda, loro tre in piedi sulla porta, immobili e guardinghi. Sembrano dei leoni nella prateria che puntano la preda, aspettando il momento giusto per saltarle addosso e divorarla. Io non mi muovo, loro sono immobili. Siamo in una situazione di stallo ma David sa come venirne fuori, sa come deve agire con me.
Mi porge una flûte e con voce dolce ma allo stesso tempo ferma, mi dice: “Prego, brinda anche tu con noi.”
Sono perplessa, l’alcol in generale mi rende debole, mi toglie le inibizioni e non controllo più nulla. Invece, in questo momento voglio essere attenta, vigile, per cui rifiuto l’invito con un lieve movimento della testa, ma subito dopo ci ripenso; tutto sommato credo sia meglio che mi sciolga un po’, se voglio godermi questa esperienza.
Tendo la mano, ma lui non si avvicina.
“Vieni qui!”
Il suo sembra un ordine più che un invito.
Faccio come mi dice.
Lentamente mi alzo sui miei tacchi da troia e, passo dopo passo, lo raggiungo.
Prendo il bicchiere dalla sua mano e lo avvicino alle labbra, senza mai distogliere lo sguardo dai suoi occhi lucidi e pieni di lussuria.
Sento l’attenzione degli altri due totalmente concentrata su di me, mi stanno denudando, anzi, sono sicura che nella loro fantasia mi stiano già immaginando nelle pose più discinte.
Bevo tutto d’un fiato. Il prosecco, frizzante e ghiacciato, scende giù per la gola e lentamente mi scalda, al pari dei loro sguardi che avverto scivolare sul mio corpo, come se le loro mani forti mi stessero accarezzando possessivamente, regalandomi brividi di piacere.
“Mmhm… che bella micetta ubbidiente.”
La frase, pronunciata con un tono supponente e ironico, mi raggela all’istante.
È quello più giovane ad averla formulata; del resto solo dalla sua bocca sarebbero potute uscire simili parole, dato il suo aspetto da macho sfrontato e altezzoso.
Che imbecille! Lui non sa con chi ha a che fare. Non sa di come David mi abbia trasformata in questi mesi, di come mi abbia resa consapevole dei miei desideri e poteri seduttivi, di come abbia fatto venire fuori una femmina svergognata e decisa.
“Stai attento! Questa micetta, come dici tu, ha degli artigli ben affilati ed è pronta a usarli” gli faccio stizzita, fulminandolo con lo sguardo.
“Oh, oh, oh! Ma allora mi sono sbagliato, abbiamo una tigre qui! Altro che una docile gattina” replica con un ghigno ironico, e mentre lo fa, allunga una mano a sfiorarmi con le dita la pelle, dal collo fino all’inizio del solco tra i seni.
Chiudo gli occhi per un istante.
Sicuramente lui starà pensando che io mi stia godendo il suo tocco sensuale, invece sto contando fino a dieci per cercare di non rispondergli per le rime.
Vorrei tanto afferrargli quella mano e sbattergliela sulla patta dei pantaloni; che si faccia una sega se proprio non riesce a trattenere l’uccello impaziente. Sarò io a decidere quando potrà toccarmi, dove e come.
L’alcol mi dà sicurezza e in questo momento mi sento insolente e molto sfacciata.
Riapro gli occhi e, piantandoli nei suoi, gli ordino perentoria: “Tieni le tue zampe a posto. Io non ti ho ancora detto che puoi toccarmi.”
Il suo sguardo sorpreso, quasi scioccato, mi pompa il sangue della vittoria nelle vene e continuo a fissarlo con determinazione, mentre sento David e l’altro uomo scoppiare in una risata fragorosa.
“Finalmente hai trovato pane per i tuoi denti, Manuel”, fa l’uomo con il vestito grigio.
Il macho cerca di mantenere l’aplomb di maschio forte e sicuro di sé, mentre lentamente ritira la mano, ma si vede che l’ho spiazzato ed è anche leggermente contrariato, se non addirittura incazzato.
“Mmhm… mi piacciono le femmine ribelli. Sarà ancora più piacevole sentirla gemere sotto di me, domarla, farla urlare di piacere, mentre glielo sbatterò dentro con vigore.”
“Non basta un cazzone per farmi godere, mister muscolo, a meno che la tua forza non sia nel cervello” ribatto velocemente, con tono ironico.
Gli uomini così sicuri di sé e del loro potere mascolino provocano sempre la mia stizza e non riesco proprio a trattenermi dal rispondere loro per le rime.
Vedo che arrossisce, non certamente per la vergogna ma per l’ira, visto che gli ho appena detto che secondo me è un cretino.
“Alt! Calma. Fate i bravi. Siamo qui per divertirci, non per litigare” dice David, sorridendo.
“Non preoccuparti. Non ho alcuna voglia di azzuffarmi con lei. Tra un po’ le chiuderò con il mio cazzo questa bella bocca da troia; glielo ficcherò in gola, così non avrà più voglia di parlare, ma solo di bere la mia sborra” ribatte lui con un ghigno perverso.
Dovrei sentirmi offesa, invece sono eccitata. La situazione nel complesso mi coinvolge e mi seduce. Le sue parole mi accendono. Con David ho scoperto che il dirty talk aumenta il mio piacere, anzi, in alcuni momenti, le parole ‘sporche’ pronunciate con passione, mi fanno raggiungere orgasmi più potenti.
Faccio comunque una smorfia di disappunto, snobbandolo, e riporto lo sguardo sul mio uomo che sta ancora ridendo.
David mi guarda con occhi compiaciuti e pieni di desiderio e rapidamente si avvicina prendendo possesso delle mie labbra, in un bacio vorace e soddisfatto. Sembra quasi stia rimarcando agli altri che lui è l’unico padrone del mio piacere, lui l’unico che possa avere un qualsiasi diritto sul mio corpo.
Rispondo con ardore, perché la sua lingua che avvolge e duella con la mia mi manda su di giri.
Basterebbero solo i suoi baci sensuali e insaziabili a farmi esplodere in un piacere intenso. E mentre mi abbandono alla nostra passione, mi chiedo come facciano alcuni uomini, come questo Manuel, per esempio, a essere convinti di poter dominare una donna a letto. Che presunzione! Non lo sanno che siamo noi a decidere di dar loro questo ruolo? Non hanno capito che a noi piace essere sottomesse, legate e scopate solo da chi riteniamo degno?
Per me è David, l’uomo meritevole; ho dato a lui questo potere. Lui è stato il mio maestro, lui è il mio complice, lui realizzerà le mie fantasie.
“Spogliati, Emma, facci vedere che cosa stiamo per gustare.”
Il mio cuore accelera di nuovo. È ora. Uno dei miei desideri erotici più segreti, più inconfessabili, sta per essere realizzato. Tra pochissimo tre uomini si dedicheranno esclusivamente a me, al mio piacere, al mio corpo, al mio appagamento.
Lo fisso per qualche secondo e lui ricambia il mio sguardo con determinazione, ma è la dolcezza che vedo ora in fondo suoi occhi a darmi il coraggio di voltarmi e dargli le spalle.
Mi alzo i capelli tenendoli fermi con una mano. Il silenzio assoluto che regna in quel momento nella stanza è interrotto dal rumore della zip del vestito che l’uomo che amo abbassa con una lentezza esasperante. Persino gli altri due hanno smesso di respirare.
Percepisco l’aria fresca che mi accarezza la pelle della schiena, mentre le sue mani fanno scivolare il tessuto sulle spalle. Rilascio liberi i capelli e con le braccia abbandonate lungo i fianchi, gli permetto di far scorrere lungo il corpo, l’abito che velocemente cade ai miei piedi.
Il loro mugolio di stupore e apprezzamento, mi fa sorridere; mi chiedo se sia dovuto al bellissimo ramo di fiori e foglie tatuato lungo la mia spina dorsale dalla nuca, all’inizio dello spacco tra i glutei, oppure al fatto che sotto non indosso biancheria e sono già completamente nuda.
Basterebbe girarmi e i loro occhi sarebbero tutti su di me; invece supero il mucchietto di stoffa che giace in terra, e mi allontano ancheggiando sui miei tacchi, senza voltarmi.
Solo quando sono vicino alla poltrona, mi giro lentamente, mostrandomi ai loro sguardi depravati.
È esaltante ciò che vedo; sono completamente in mio potere, o meglio del mio corpo, di ciò che stanno morendo dalla voglia di farmi. Con un sorriso malizioso sul viso, mi siedo, rilassandomi contro lo schienale e, mentre pigramente allargo le gambe, esordisco:
“Bene, miei cari signori, ora vorrei che…”
Capitolo 1
Tutto ebbe inizio per colpa di Alice, la mia compagna di banco all’ultimo anno del liceo scientifico. Non la vedevo dal giorno del diploma, quando tutti ci salutammo con l’emozione sui volti e la promessa di incontrarci ancora. Con alcuni la parola fu mantenuta, soprattutto con quelli di noi che abitavano nello stesso paese o poco lontano; Alice invece, che viveva a trenta chilometri da me, non la rividi più fino a quella tarda mattinata di novembre.
Quel giorno l’udienza processuale era durata solo poche ore, perché l’imputato, colto da un improvviso malore, non si era presentato in aula. Dopo aver firmato il registro delle presenze, il presidente della Corte di Assise d’Appello aveva congedato me e i miei colleghi ed ero andata via in tutta fretta per prendere il treno delle tredici e venti.
Scorsi la bella capigliatura di Alice tra le persone che affollavano la Stazione Termini. Era ferma sulla banchina, poggiata contro una colonna e parlava animatamente al telefono; mi sembrava una figura familiare. Impossibile non notare i numerosi riccioli fulvi, sembravano delle fiamme, come quelli della Principessa Merida. Anche se erano trascorsi diciotto anni, riconobbi i lineamenti delicati di quel viso tempestato di lentiggini. Certamente non era più la giovane studentessa dal fisico filiforme, aveva messo su qualche chilo, ma era comunque una bella trentaseienne, dall’aspetto vivace e frizzante come un tempo.
Attesi che terminasse la telefonata e mi avvicinai.
“Ciao Alice, come stai?”
La sua espressione sorpresa e perplessa mi fece sorridere. Io ero cambiata moltissimo, e certamente era difficile riconoscermi con dieci chili di meno e i lunghi capelli lisci e neri. Negli ultimi anni li avevo fatti crescere e li avevo scuriti, passando da un insignificante colore castano a un nero con riflessi blu che dava al mio viso un aspetto etereo.
“Non dirmi che non ti ricordi di me?” le dissi con un sorrisetto ironico.
Dallo sguardo corrucciato era evidente che si stesse sforzando di rammentare, e solo dopo alcuni secondi il suo viso si aprì in un sorriso radioso.
“Dio mio, ma sei proprio tu? Emma Tarantino, la quinta della III C?”
Le feci un ampio sorriso e non potei celare un’espressione interrogativa. Non capivo cosa intendesse con la quinta della III C.
“Ma come?” continuò lei, accortasi della mia confusione, “non lo sai che ti chiamavano così i ragazzi delle altre classi? Sai… per via delle tue tette belle grosse che, nonostante quegli assurdi giganteschi pullover che eri solita indossare, non passavano inosservate. Fammi guardare… ma dove sono finite ora? Cazzo, è per questo che non ti ho riconosciuta subito” concluse con una risata.
Improvvisamente mi ricordai del mio grosso seno che avevo sempre cercato di nascondere perché mi creava non pochi complessi, ma ora scoprivo che non ero riuscita nell’intento.
Nonostante lo spiacevole ricordo, scoppiai a ridere con lei, tanto ormai era acqua passata. Il mio seno si era ridotto di due taglie, grazie a una ferrea dieta che avevo seguito anni addietro; aveva perso un po’ il turgore ma ora avevo due tette che accettavo e di cui non mi vergognavo più.
“Oh mio Dio, non farmelo ricordare! Mi sentivo così a disagio con quelle poppe enormi. Non riuscivo neppure ad avvicinarmi al banco di scuola, per quanto erano ingombranti.”
“Eh, mo’ non esagerare! Non erano poi così spropositate e poi quasi tutti i nostri compagni avrebbero voluto darci una palpatina; anzi, chissà quanti si saranno fatti una sega nel bagno della scuola pensando di venire sulle tue belle bocce” aveva concluso con un sorriso ammiccante e malizioso.
La guardai sorpresa; non ero abituata a quel modo di parlare franco e sfacciato. Mi ero dimenticata che Alice non aveva peli sulla lingua e che era sempre stata senza pudore alcuno, sia a livello verbale che a livello fisico. Si era sempre vantata con le altre ragazze del fatto che già a quattordici anni non fosse più vergine. Aveva avuto la sua prima esperienza con un ragazzo di ventidue anni che lavorava presso la pompa di benzina vicino al nostro istituto scolastico. Gli aveva posato gli occhi addosso ed era stata lei a farsi notare, con apparente e calcolata discrezione.
Pur non essendo bellissima, Alice era molto procace nel fisico, e certamente non cercava di nasconderlo, come invece facevo io. A vederla conciata con il trucco pesante e abiti succinti, potevi darle tranquillamente diciotto anni. Aveva dato, al povero ragazzo, l’illusione di essere lui il cacciatore e lei la preda e lo aveva attratto facilmente nella sua rete.
Dopo appena qualche giorno si erano ‘messi assieme’, sotto l’occhio invidioso di tutte le ragazze della classe e anche di alcune dell’istituto, perché Corrado era proprio un gran bel figo, uno di quelli dietro i quali sbavano, appunto, le adolescenti. Una mattina che lui non lavorava, Alice aveva marinato la scuola, si era fatta portare in una stradina di campagna, lontana da sguardi curiosi, e in macchina si era liberata di quello che per lei sembrava essere più un fardello che una virtù.
“Tanto una volta deve essere” diceva “e di certo io non aspetto il matrimonio per darla via. Metti che mi sposo a trent’anni?”
La loro storia era durata qualche mese, dopodiché lo aveva scaricato ed era passata ad altre avventure, sempre con ragazzi più grandi che secondo lei erano più bravi a fare l’amore.
“Oh, io sono ancora una ragazzina, mica sono scema a fidanzarmi così giovane! E poi non saprei decidermi; me ne piacciono tanti!” diceva alle sue amiche che le rimproveravano il suo comportamento libertino.
Le più cattive parlavano dietro le sue spalle definendola una puttana. Alice lo sapeva ma se ne sbatteva alla grande e quando qualcuno glielo riferiva, rispondeva con una risata: “È tutta invidia, la loro. Sono talmente racchie, bigotte e frigide che nessun ragazzo vorrebbe inzuppare il suo biscotto nelle loro fiche secche.”
Ora sì che riconoscevo il suo parlare audace.
La guardai sorridendo e la stritolai in uno dei miei abbracci avvolgenti.
“Anche tu prendi il regionale per Cassino?” le chiesi ancora incredula per questo incontro imprevisto.
“Sì, abito sempre nel mio paesino provincialotto, però oggi sono venuta a fare un po’ di shopping, come puoi ben vedere.”
Così dicendo m’invitò con un gesto della mano a notare le numerose buste che aveva depositate ai suoi piedi.
“Ah bene, quindi faremo una parte del percorso insieme.”
“Sì, farò in tempo a raccontarti una piccolissima parte della mia vita” replicò lei ironica.
Mancavano pochi minuti, perciò ci affrettammo a salire e, trovato posto in una delle ultime carrozze, iniziammo a rivangare gli anni della scuola. Il tempo passò in fretta, come sempre accade quando si sta facendo qualcosa di piacevole. Alice era una macchietta quando parlava, aveva sempre la battuta pronta; si vedeva che era una tipa che prendeva la vita con leggerezza.
Stava parlandomi del suo recente divorzio quando, guardando fuori dal finestrino, esclamò: “Cavolo, la prossima fermata è la mia… dobbiamo già salutarci.”
“Peccato!” aggiunse mettendo su un simpatico broncio.
“Dammi il tuo numero così qualche volta ci sentiamo.” Lo chiesi più per cortesia che altro, tanto sapevo già che non l’avrei chiamata, perché presa dagli innumerevoli impegni di cui era satura la mia vita, mi sarei scordata sicuramente. Svolgevo due lavori che mi tenevano occupata fino a notte fonda, non avevo certo il tempo per stare a chiacchierare ore e ore al telefono, e mi stavo accorgendo che Alice era molto loquace.
Fu allora che mi chiese: “Ma tu ce l’hai Facebook?”
“Facebook? No, grazie. Non ho tempo per chattare.”
Lei fece una breve risata, evidentemente non ero la prima persona che le dava una risposta del genere.
“Ma Facebook non si usa per chattare. Oddio, è vero, puoi anche entrare in chat, ma non lo devi fare per forza. Il più delle volte posti foto, immagini, pensieri, stati d’animo e se vuoi commenti ciò che scrivono gli altri, oppure semplicemente aggiungi un “like”. Anzi, per dirla tutta, la maggior parte è proprio dipendente da questa cosa; ogni due minuti vanno a controllare il proprio profilo e fanno il conteggio di quanti ‘mi piace’ hanno ottenuto sul loro post, come se il valore da dare a se stessi dipendesse da una manina con il pollice alzato. Tu, comunque, non devi mica ridurti così, potrai collegarti quando avrai tempo e potrai usare il social prevalentemente per ritrovare gente del tuo passato, vecchi amici che avevi dimenticato. Pensa, io ho ricontattato anche alcuni dei nostri compagni di classe: Francesco, Cinzia, Simona… te li ricordi?”
Immediatamente mi ritornò alla memoria tutta la mia classe. Con gli occhi della mente scorsi velocemente tutti i loro visi e mi resi conto che di qualcuno facevo fatica a ricordare i lineamenti.
“Dai, apriti l’account, così ci teniamo in contatto e ci ritroviamo insieme a tutti gli altri. Magari qualche volta potremmo organizzare una rimpatriata, andare a mangiare una pizza. Che ne dici?”
“Mmhm… non lo so… avevo un account ma lo chiusi qualche anno fa; e poi, te l’ho detto, non mi piacciono questi social network, dove ognuno si fa i cazzi altrui.”
Lei scoppiò in una risata fragorosa e subito dopo la seguii anch’io.
“Sì, è vero”, ribatté lei “anzi, secondo me alcuni si aprono un account proprio per impicciarsi della vita degli altri. Ti accorgi che sono in linea, che visualizzano tutto ciò che scorre sul tuo diario, ma non si sentono e non si vedono: spiano! Comunque, puoi sempre oscurare il tuo profilo e decidere di mostrarlo solo a chi vuoi tu e potresti farti anche nuovi amici, sai? Amici esclusivamente virtuali che non incontrerai mai dal vivo ma non per questo meno sinceri e importanti. E poi, devo confessarti che su questi social si fanno certi incontri…” mi sussurrò sottovoce, sicuramente più per dare enfasi all’allusione che stava facendo che per pudore.
“Io per esempio, ho conosciuto certi tipi niente male. Con loro a volte chatto; ci andiamo giù pesante e devo dire che è piacevolissimo, anzi… di più.”
Terminò la frase ammiccando con gli occhi e con un sorrisetto tale da far intendere perfettamente con che tipo di chat si trastullasse.
“Sei sempre la solita!” Le feci un mezzo sorriso e continuai “e comunque non m’interessa. Lo sai che non sarei mai capace di fare una cosa del genere.”
“Ancora sei pudica come un tempo? E va bene, non parteciperai a nessuna chat erotica, ma apriti questo cazzo di Facebook, così almeno potrò raccontarti le mie avventure virtuali” concluse con la sua solita risata.
In verità, non è che poi fossi così pudica come un tempo, avevo avuto anch’io le mie esperienze, molto soddisfacenti dal punto di vista erotico, ma da quello affettivo erano state tutte deprimenti. Avevo sempre pianto a causa degli uomini della mia vita, e adesso che ero sola, mi godevo questo periodo di tranquillità. Non facevo sesso, ma almeno stavo in pace con me stessa.
Tra l’altro, avevo già fatto esperienza di chat erotica, con una persona che però conoscevo realmente; ma di questo vi parlerò tra un po’.
“Bah! Non so… ci penserò.”
Ci abbracciammo con forza e ci salutammo.
“Ok, ok, pensaci e, se lo farai, cercami: Alice Ceccarelli, ti ricordi il mio cognome, no?”
“Hai fatto bene a rammentarmelo; in effetti dopo tutti questi anni… Scema, certo che mi ricordo il cognome della mia compagna di banco dell’ultimo anno, quella che mi faceva scompisciare dalle risate” le gridai mentre si allontanava velocemente verso l’uscita della carrozza.















