
Volevo essere Mr. Grey
Capitolo 1
Tutta colpa del turno di notte.
Sono stanca di questi turni. Comincio ad avere un’età e trascorrere le notti senza dormire è dura. Lo specchio del bagno davanti al quale mi sto truccando è crudele nel rimandarmi l’immagine di me stessa.
“Tiè, guarda qua: un’altra ruga si è formata all’angolo della bocca” dico a voce alta mentre col fondotinta cerco di riempirla per farla scomparire.
Che bastarde, manco ti avvisano. Arrivano così, dalla sera alla mattina e iniziano in maniera subdola a devastarti il viso. Avoglia a mettere creme effetto lifting, anti-age, multivitaminiche e altre diavolerie del genere. Da come le reclamizzano ti fanno credere che ti faranno tornare una pelle elastica e tonica come quella di una trentenne e invece è solo un’illusione a cui noi però continuiamo a credere perché non ci resta altro da fare.
“Uffa, mi devo pure ricordare di prendere l’appuntamento dal parrucchiere ché già inizia a vedersi la ricrescita.”
Prima o poi dovrò decidermi a cambiare colore perché la differenza tra nero e bianco si nota troppo e quindi anche un millimetro non passa inosservato. Forse sarà meglio che inizi a pensare a farmi bionda, una bella tinta biondo platino, oppure dei colpi di sole.
Certo che per noi donne l’età che avanza è proprio una tragedia. Che rabbia! Certi uomini invece sono come il vino, più invecchiano e più diventano affascinanti. Per esempio, il marito della mia amica Nicoletta va per i sessant’anni e quando passa per strada ti giri a guardarlo non una, ma pure due o tre volte. Alto, con un fisico asciutto che cura con l’attività fisica e un’alimentazione rigorosa, sapendo di piacere si mostra sfacciatamente in tutto il suo splendore suscitando spesso gli attacchi di gelosia della moglie.
Certi altri invece non tramonteranno mai, come il dottor Sinibaldi che ha quarant’anni ma sembra senza età, un mix tra David Beckham e Gerard Butler.
Smetto per qualche secondo di passarmi l’ombretto, e con aria trasognata penso al dottore quando cammina per i corridoi dell’ospedale col camice aperto svolazzante e quello sguardo da figlio di una ballerina senza mutande. Tutte noi infermiere abbassiamo la voce e smettiamo di parlare, voltandoci a guardare quel gran pezzo di Marcantonio ma inevitabilmente tutte scuotiamo la testa. Perché è irraggiungibile, vi chiederete? No, perché è irrimediabilmente gay. Ma si può, dico io, sprecare tutto quel ben di dio?
Torno in camera a vestirmi. Tiro fuori i pantaloni che ho acquistato prima di Natale, li infilo, li tiro su. È tutto ok, sulle cosce salgono ma quando arrivo al test del bottone della cintura li tolgo di nuovo. Maledetti panettoni, pranzi, cene e riunioni familiari. Che nervoso!
“Oh, Marì, che ne dici se stasera ordiniamo la pizza e poi ci guardiamo un bel film in tv? Di quelli che piacciono a te?”
Uff… che palle! Ci mancava giusto mio marito con le sue proposte. Nominarmi la pizza proprio in questo momento che devo rinunciare a indossare questi bei pantaloni a causa dei chili in eccesso, vuol dire fa partire un bel vaffanculo. E poi da un po’ di anni a questa parte è sempre lo stesso copione che si ripete. Ormai lo conosco a memoria. Un po’ di originalità, mai.
Quando Giancarlo mi suggerisce di ordinare la pizza per cena e poi acconsente a vedersi con me una di quelle commedie americane che odia, è perché dopo vuole scopare. A lui il testosterone gli annacqua il cervello man mano che scende il buio, si vede che viaggia a braccetto con la melatonina. Io invece sono più una da appetiti mattutini, o meglio, ero una che si svegliava con la hola degli ormoni alle sei e trenta del mattino e andavo subito con la mano a stuzzicare il suo salsicciotto moscio. Se vedevo che la mano non sortiva successo, allora alzavo le coperte e con la testa mi infilavo sotto sotto, come un cane da tartufi e andavo alla ricerca del mio trofeo. E con la bocca il successo era assicurato, in poco tempo la salsiccia scattava sull’attenti, più eretto dell’obelisco di Luxor a Parigi, ed era pronta a soddisfare il mio appetito.
Comunque, alla fine, anche fare l’amore di sera mi è sempre andato bene lo stesso. A me piace il sesso, mi è sempre piaciuto e con Giancarlo ho sempre avuto l’orgasmo assicurato. Non sono più un segreto per lui, conosce tutti i miei punti sensibili e sa come stimolarli per portarmi al godimento.
Ultimamente però non mi va di forzarmi ad assecondarlo, è come se avessi perso la voglia di fare sesso. Non mi eccito più come una volta e non mi va di rianimargli l’uccello quando è moribondo, per cui se sento, “Ordiniamo la pizza”, non mi bagno più all’istante come è sempre accaduto.
Che ne so, sarà colpa della menopausa. Dicono che con la scomparsa del ciclo mestruale sparisca pure la voglia di fare l’amore, e allo stato dei fatti non mi resta che confermare questa teoria.
Stasera comunque non devo ricorrere neppure a una delle tre cazzate che dico sempre per defilarmi dall’incontro di fuoco tra le lenzuola. Sì, perché sono sempre tre le scuse che uso:
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“Stasera no tesoro - il tesoro ci vuole per far digerire il rifiuto - ho mal di testa.” (La scusa più diffusa del pianeta).
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“Mi piacerebbe da morire, tesoro, ma domattina mi devo alzare prestissimo.” (Che tradotta in altri termini significa “stammi alla larga e metti il mastino a cuccia”).
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“Tesoro - tono della voce drammatico teatrale - ho avuto una giornata veramente pesante, ti dispiace se rimandiamo?” (Al giorno del domani l’anno del mai?).
Tre motivazioni che pure un cretino non farebbe fatica a capire che sono delle scuse smosciacazzi, e chiaramente anche Giancarlo lo sa, ma non dice mai nulla.
Mi scappa un ghigno diabolico di soddisfazione mentre gli rispondo: “Tesoro, ti sei dimenticato che stasera sono di turno in ospedale?”
Nemmeno replica il poverino, è rassegnato. Io intanto mi sono vestita con i soliti leggings neri e la casacca a fantasia sulla tonalità dell’azzurro, e raggiungo la stanza di nostra figlia Giada. Faccio scorrere lo sguardo sul terzo ripiano della libreria. È quello dove tiene ancora i suoi testi scolastici del liceo insieme agli Harmony e a qualche libro di narrativa.
Eh sì, gliel’ho trasmessa io la passione per i romanzi rosa. Noi due ci somigliamo in tante cose, ci piace sognare a tutte e due ed entrambe siamo cresciute col mito del Principe Azzurro. Ecco perché lei, nel frattempo che non incontra il rospo giusto da baciare, vive ancora con mamma e papà passando da uno stronzo all’altro. Io invece sono rassegnata al fatto che il mio principe stia tornando ranocchio.
Non ditemi che sono stronza ma Giancarlo col passar degli anni è andato via via trascurandosi sempre più. In gioventù era un gran bel ragazzo, ci teneva a vestirsi bene, ad andare in giro sempre agghindato, ora invece ha messo su alcuni chili, tutti depositati su pancia e stomaco. Sembra anche più vecchio dei suoi cinquantacinque anni e poi si è stempiato parecchio. Da quando fa l’autista di autobus, poi, il più delle volte indossa la divisa. Sembra Paperino sempre con lo stesso abbigliamento come se ce l’avesse incollato sulla pelle.
Metto a fuoco i titoli, voglio scegliere un romanzetto da portarmi al lavoro. Tra qualche ora inizierò il turno di notte. A volte in reparto non accade nulla, per fortuna, e il tempo non passa mai, così preferisco leggere piuttosto che mettermi a chiacchierare con le mie colleghe. Poi stasera sarò insieme a Ramona e Noemi che parlano in continuazione di uomini, di amanti, di scopate elettrizzanti… e a me vengono i nervi. Per me le scopate elettrizzanti sono un lontano ricordo.
Io ormai scopo più con Pippo, che con Giancarlo. Non è che mi piaccia poi tanto, ma le scuse con lui non reggono come con mio marito. Lui è sempre lì che mi aspetta.
E comunque con Pippo mi faccio certe scopate! Altro che elettrizzanti. Nel garage di casa, sul terrazzo e in giardino, è un tripudio di eccitazione. Almeno una volta al mese, pure in tutti e tre i posti nel giro di una mattinata. Ma alla fine sono stremata.
Che poi, dico io, qualche volta potrebbe farsela anche Giancarlo una bella scopata con Pippo, ma quando mai! Lui è maschio, gli si sciupano le manine a darci giù di ramazza.
Ops! Avevate pensato che Pippo fosse un uomo? Nooo, Pippo è la marca della scopa che ho sempre usato da quando ero ragazzina, in casa di mia madre, e ho continuato a comprarla nel corso degli anni.
Come diceva la pubblicità: “Pippo tutta un’altra scopa!”
Pippo non è il mio amante. Non ho mai tradito Giancarlo. Eravamo innamorati davvero tanto quando ci sposammo: ventitré anni io, ventisei lui. Una vita tutto sommato tranquilla senza troppi problemi e due figlie fantastiche, buone, brave e belle… quando dormivano. In realtà delle pesti, sempre a bisticciare a causa della gelosia che nutrivano l’una per l’altra, sempre in competizione. Ancora oggi mi si drizzano tutti i peli, pure quelli del pube, se ripenso ai dispetti che si facevano. C’hanno fatto vedere i sorci verdi a me e a Giancarlo.
Negli anni si sono calmate. Ora si vogliono bene, ma solo perché una si è sposata e quindi non vive più con noi. Eh sì, io e Giancarlo siamo pure nonni. Abbiamo un nipotino di cinque anni degno figlio di sua madre. Sembra sia passato un tornado a casa nostra, quando viene a trovarci. E questo accade spesso, direi, visto che Valentina, mia figlia più grande, approfitta sempre di noi per risparmiarsi i soldi della babysitter. In verità se la potrebbe pure permettere: lei e il marito hanno uno studio commercialistico molto ben avviato ma lei è una taccagna della malora. Ha ripreso dal padre, non certo da me che invece ho le tasche scucite e le mani bucate, proprio come Giada.
“Mmmm… non c’è nessun titolo che mi faccia impazzire. La maggior parte poi li ho pure letti” mormoro sottovoce.
Passo al ripiano superiore, caso mai ci fosse qualche nuovo acquisto. Niente, non c’è nulla che mi attragga.
Mi giro di scatto e lo sguardo va a finire sul comodino vicino al letto. Accanto alla abatjour sono poggiati due libri che attirano la mia attenzione. Mi avvicino, prendo quello di sopra, ‘Il miracolo della presenza mentale’. Il titolo mi colpisce, sembra interessante, però un manuale… sarà palloso. Oddio, magari per una volta potrei provare a leggere qualcosa di più impegnativo, piuttosto che i soliti Harmony. Potrei pure ampliare le mie conoscenze e poi, volete mettere quando davanti a quelle sciacquette, che parlano di scopate, io tiro fuori un manuale di filosofia orientale? Le farei azzittire subito. Ho deciso, mi porto questo e pazienza se mi dovesse far calare il latte alle ginocchia.
Sto per girarmi e uscire dalla stanza e l’occhio mi cade invece sull’altro libro che era sotto al manuale di meditazione. Il retro della copertina mi colpisce. Mi avvicino e cerco di mettere a fuoco le frasi scritte.
‘Romantica, erotica, appassionante, questa storia ti ossessionerà e ti travolgerà come i suoi due protagonisti’.
Continuo a leggere di seguito.
‘Cinquanta sfumature alla conquista del mondo’.
‘Tre milioni di copie vendute nella prima settimana’.
‘Cinquanta sfumature è il romanzo che ha elettrizzato tutte le donne d’America:
hanno diffuso il verbo su Facebook, in palestra, a casa, con le amiche, con i mariti… (The New York Times).
‘Scandaloso, bollente, il Best-seller di cui non si potrà smettere di parlare’ (Entertainment).
‘Quello che ogni donna vuole. Ovviamente’ (The Guardian).
Mi intriga ciò che ho appena letto. Ci penso qualche secondo, il desiderio di apparire una tipa profonda e la voglia, invece, di conoscere ‘quello che ogni donna vuole’, fanno a pugni, ma la seconda va in vantaggio mettendo k.o. la parte filosofico - intellettuale che era appena nata in me e che ora giace a terra stramazzata, inerme e senza vita. La parte superficiale e perversa invece esulta sul ring, strappandosi le mutande.
Senza pensarci ancora, mollo il manuale e prendo le Cinquanta sfumature.
“Ma che me frega della presenza mentale” mi dico, “meglio la presenza fisica e un po’ di brividi in mezzo alle gambe.”
Nemmeno glielo dico a Giada che lo prendo in prestito. Tra l’altro rientrerà a casa tra una settimana - è andata in vacanza in Spagna col suo rospo di turno, uno di quelli che potrà baciare pure mille volte ma sempre rospo rimane - e nemmeno se ne accorgerà.
Volto il libro sul davanti. Leggo il titolo completo, Cinquanta sfumature di grigio, e in primo piano capeggia il nodo di una cravatta grigia su sfondo nero. Non mi pare nulla di così eccezionale e neppure mi fa presagire il bollore che dicono.
Prima di metterlo in borsa, lo apro a caso e inizio a leggere.
La sua testa si gira impercettibilmente verso di me, con gli occhi color ardesia. Mi mordo il labbro. «Oh, al diavolo le scartoffie» grugnisce. Si avventa su di me, sbattendomi contro la parete dell’ascensore. Prima di rendermene conto, mi ha preso entrambe le mani in una delle sue e le tiene strette in una morsa sopra la mia testa, e intanto mi inchioda alla parete con i fianchi. “Oh, mio Dio.” Con l’altra mano mi afferra la coda e la tira, alzandomi il viso, e le sue labbra sono sulle mie. Non fa male. Gemo nella sua bocca, lasciando un varco alla sua lingua. Lui ne approfitta, esplorandomi la bocca con fare esperto. Non sono mai stata baciata così. La mia lingua accarezza esitante la sua e si unisce a lei in una lenta danza erotica fatta di contatti e sensazioni, sussulti e stoccate. Sposta la mano per afferrarmi il mento e immobilizzarmi. Sono indifesa, le mani incastrate, il viso bloccato e i suoi fianchi che mi imprigionano. Sento la sua erezione contro il ventre. Oddio… mi vuole. Christian Grey, il dio greco, mi vuole, e io voglio lui, qui… adesso, in ascensore.
«Tu. Sei. Così. Dolce» mormora, scandendo ogni parola.
“Non mi ricordavo che fossi di turno, che peccato.”
Scatto all’improvviso quando sento la voce sconsolata di Giancarlo alle mie spalle. Veloce richiudo il libro proibito e lo metto in borsa, di nascosto, manco lo stessi rubando, e lo raggiungo sulla porta.
“Eh sì, è proprio un peccato, tesoro, per la pizza e per il film” gli rispondo baciandolo su una guancia.
Lui mi afferra e, trattenendomi per la testa, mi stampa sulla bocca uno dei suoi baci da lingua profonda, di quelli che ti fanno la gastroscopia, per intenderci.
Ecco, i baci invece mi piacciono sempre e rispondo con entusiasmo, ma quando inizia a infilarmi le mani tra le cosce e a premere, lo allontano.
“No, tesoro, devo finire di prepararmi. Dai, fai il bravo. È tardi.”
Eh no, se si aspetta di farsi una sveltina, si sbaglia di grosso. Non sono pronta per fare l’amore figuriamoci per un mordi e fuggi. Sai che dolore, in mezzo alle gambe c’è il deserto del Sahara in questo momento.
Lo lascio sulla porta, e corro a infilarmi le scarpe e a prendere il cappotto talmente veloce che potrei vincere la Duecento metri piani.
Giancarlo è ancora lì quando gli passo di nuovo davanti. Ha una faccia da cockerino abbandonato, mi fa quasi tenerezza, e allora mi fermo a dargli un altro bacio sulla guancia prima di uscire.
Mi sento leggermente in colpa pensando che l’ho lasciato a cazzo dritto, ma pazienza, provvederà da solo a deliziare il suo amico nei pantaloni se proprio non potrà resistere.















